Fast fashion: il costo sommerso del nostro guardaroba - Goals N. 12 e 13

Nicola Granato

Dipartimento di Ingegneria e Architettura  

Dietro l’ultimo acquisto a basso prezzo si nasconde un’emergenza ambientale senza precedenti. L’industria del tessile è oggi il quarto settore per consumo di materie prime e acqua e il quinto per emissioni di gas serra a livello europeo. Il motore di questo sistema è la c.d. Fast Fashion: un modello simil plastica monouso ("usa e getta") che ha raddoppiato la produzione globale negli ultimi vent’anni, portandola verso i 102 milioni di tonnellate entro il 2030. I numeri dell’impatto ambientale sono chiari: dal consumo idrico, per fabbricare una singola maglietta di cotone servono 2.700 litri di acqua dolce, quanto una persona dovrebbe bere in due anni e mezzo; alla produzione di rifiuti, dove ogni anno, nell’UE, vengono gettati 5,8 milioni di tonnellate di prodotti tessili; al mancato riciclo, ad oggi, meno dell’1% dei tessuti viene riciclato in nuovi prodotti, mentre il 75% della produzione mondiale finisce in discarica. L’Europa sta provando a modificare la rotta, attraverso nuove norme in materia di produzione ecosostenibile e la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), si punta a capi più durevoli, riparabili e facili da riciclare. Il messaggio di fondo appare abbastanza diretto: passare da una moda che divora il pianeta a un’economia circolare dove la qualità conta più della velocità.